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Valle Intemelia - Un mondo di tradizioni

Armonia tradizionale degli abitanti
Le sagre paesane riannodano i fili col passato e rinserrano i legami umani. Nel cerchio delle danze, nell'alveo rassicurante della kermesse tradizionale si sgelano i cuori e si scopre che questa gente montanara, ospitale ma riservata, vive davvero e costantemente in una dimen-sione "a misura d'uomo" e sa riservare una cordialità profonda a tutti coloro che sono in grado di apprezzarla.

Sui sentieri delle valli del vino, dell'olio e dei fiori

L'uva da vino, le olive e i fiori ricompensano gli sforzi tenaci degli agricoltori della Comunità, che celebrano le loro feste consumando specialità gastronomiche che si preparano solo una volta all'anno in un armonico simposio tra folklore e cucina. Al turismo gastronomico fa eco quello escursionistico (specialmente d'alta quota); lo svago in natura offre inoltre discese dei torrenti in canoa, cavalcate, sci di fondo e mountain-bike.

Valli del vino

I locali hanno ribattezzato simbolicamente così le loro valli, per esibire meglio il frutto prelibato di queste terre: quel Rossese Doc che si è conquistato, tra i vini rossi corposi da pasto, un interesse di primo piano, come a voler ribadire che il Rossese di Dolceacqua D.o.c., o semplicemente "il Dolceacqua", è proprio un Signor vino.

Oliva taggiasca

La produzione di olio extravergine di oliva è l'altro vanto della Comunità. La coltivazione dell'ulivo è di origini preromane, ma un impulso decisivo fu dato dai monaci benedettini, intorno al XII secolo, con l'introduzione della varietà di oliva taggiasca, ancor oggi regina dell'olivicoltura in tutta la Riviera dei Fiori.

Grazie dei fiori

La floricoltura fu introdotta soltanto negli ultimi decenni in val Nervia e sulle colline di Bordighera. Nelle serre di Dolceacqua si producono rose, mentre ginestre, mimose e fronde ornamentali sono coltivate all'aperto. Anche Perinaldo e Seborga sono note per le mimose e le ginestre; inoltre nelle frazioni di Ventimiglia si coltivano intensivamente alcune specie di garofani.

Artigianato e pastorizia

Nelle bottegucce di artigianato artistico di Dolceacqua e Apricale si possono acquistare tipiche ceramiche, oggetti in legno d'ulivo, cesti, vetri artistici, stampe e dipinti. Solo poche greggi di pecore e qualche mandria di mucche pascolano oggi sui monti di Pigna, ricordando al visitatore quest'attività un tempo diffusa, come risulta dal locale Museo della Civiltà Contadina.

A tavola e per le strade la stessa memoria si rinnova

Di madre in figlia, le ricette della nonna non potevano perdersi in un territorio così gelosamente custode delle tradizioni. Come scordarsi la cultura dell'olio e del vino, scritta nella terra e recitata coralmente dal lavoro duro di tutti i giorni. Cultura contadina, legata ai cicli delle semine e della raccolta, celebrata quando le Comunità si radunano. È festa, si rinnovano le tradizioni, si riuniscono le famiglie e si apparecchiano le tavole: nelle case private come sulle piazze, dove le sagre contadine rivitalizzano il piacere di pranzare assieme. Ciò che si consuma sono cibi naturali e profumati, conditi dal sapiente impiego degli aromi e dal virtuoso olio ligure, prodotto con il culto della genuinità.

Un calendario dei festeggiamenti

L'origine contadina e pagana di alcune festività, soprattutto di quelle dedicate al solstizio d'inverno, rivela le frequenti allusioni al rinascere della vita, nella data annuale in cui le giornate tornano lentamente ad allungarsi dopo il sonno invernale. Ma lungo tutto l'anno le ricorrenze, più o meno sacre, non mancano. Ad Airole il Venerdì santo è celebrato con una processione notturna con fiaccolata e illuminazione delle case dell'abitato. Ad Apricale si festeggia in settembre la Sagra della pansarola (un dolce tipico), mentre in luglio e agosto è divenuto tradizionale un Itinerario teatrale notturno che ha luogo nelle piazze e nei vicoli del paese, trasformati in ribalta.
A Bajardo il giorno di Pentecoste la suggestiva Festa della barca (intesa come albero della nave) commemora una delle figlie del conte, che col suo amante, un marinaio della flotta pisana, fu decapitata intorno al 1200 dal furioso genitore che li scoprì. In piazza si erge un albero di pino, sfrondato e scortecciato. Attorno alla pianta una compagnia di giovani in costume danza e canta una ballata rievocativa. In piazza, intanto, si sbocconcella il "ciausùn", una torta d'erbe cotta nel forno a legna, che è la specialità del paese. A Castelvittorio e a Pigna la notte di Natale viene ancora consumato grano bollito, perché sia di buon auspicio per i raccolti dell'anno imminente; in agosto, poi, la Sagra del "turtùn" è un omaggio alla specialità gastronomica locale a base di zucchine.


La mappa delle etichette

La "D.o.c. Rossese di Dolceacqua", oltre che a Dolceacqua, è riservata ai comuni di Apricale, Bajardo, Isolabona, Perinaldo, Rocchetta Nervina e ad alcune frazioni di Ventimiglia; le stesse regioni vinicole producono altri vini sotto l'etichetta "Riviera di Ponente D.o.c.", come i bianchi Vermentino e Pigato.


Dolceacqua succo di roccia

L'antico "Rocese" è, come suggerisce il nome latino, una sorta di vino ottenuto dalla roccia, cioè da terreni aridi e pietrosi. Il colore che lo descrive meglio è il rosso rubino, tendente al granato con l'invecchiamento; profuma ancora di terra, ma delicatamente; il gusto è caldo, asciutto, morbido e aromatico: procura al palato una precoce intuizione di abboccato, pronta a volgere immediatamente in amarognolo. Regge bene all'invecchiamento raggiungendo la gradazione alcolica di 12,5° almeno (13° per la Qualità Superiore). Il Rossese non è un uvaggio, perché è prodotto integralmente da uve dell'omonimo vitigno. A tavola si accompagna specialmente a stoccafisso, cacciagione e coniglio. Se ne producono mediamente circa 300.000 bottiglie all'anno, di cui soltanto la metà viene messa in vendita.


Ripulite, misurate, macinate e torchiate

Il ciclo produttivo si svolge nei mesi invernali; la raccolta delle olive avviene mediante l'ab-bachiatura, percuotendo cioè i rami carichi di frutti con una lunga pertica. Una volta ripulito e selezionato il raccolto (col doppio decalitro o "quarta" si valuta la taglia dei frutti), le olive vengono trasportate al frantoio. Grandi macine in pietra riducono le olive a una pasta che, pressata nei torchi e filtrata, produce un olio dorato.


La fatica e i suoi frutti: coltivando "a fasce"

La sfida della sopravvivenza alimentare in queste terre impervie esigeva l'addomesticamento dei declivi erbosi, che andavano adattati alle esigenze dei contadini, in uno slancio di dominazione del territorio che ha radici profonde. Le "fasce", strappate dalle colture ai troppo ripidi pendii, sono appezzamenti terrazzati ben esposti al sole, qui dove il clima è amico e la terra è generosa. A beneficiarne, soprattutto, sono da sempre l'ulivo e la vite.

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